giovedì 22 settembre 2016

LA PIZZA AI FESTIVAL DELLA SCIENZA: UN INVITO AI PIZZAIOLI

Carissimi pizzaioli, se avete acquistato e letto il libro "La Pizza al microscopio" (o se intendete farlo) vi propongo questo: voi fate un breve video ed io e Luigina Pugno lo proietteremo niente poco di meno che al Festival della Scienza di Genova il 31 ottobre e al Festival della divulgazione scientifica a Potenza il 4 novembre.

Il video deve essere molto breve e deve pervenire all'indirizzo di posta elettronica ciboalmicroscopio@gmail.com ENTRO IL 15/10/2016 (la scadenza è stata prorogata rispetto al termine originario del 30/9/2016).


"La pizza al microscopio" sarà presente al Festival della
Scienza di Genova
Nel video - oltre al libro "La pizza al microscopio" - dovete esserci voi, dovete dire il vostro nome e cognome, il nome della pizzeria in cui lavorate e la città in cui si trova.

L'oggetto del video deve essere una questione scientifica estratta dal libro stesso: scegliete voi quella che vi piace di più e spiegatela. Nella mail dovete scrivermi che mi autorizzate a proiettare il video nei suddetti festival. Sarà proiettato un mix dei migliori video.

Fate molta attenzione alla durata del video. Ad es. la posta di Google non consente di inviare file oltre 25 mega, quindi di circa 1,5 minuti. Ma ci sono account di posta elettronica più restrittivi. Quindi preparate il video prima, e non superate un minuto.

"La pizza al microscopio" sarà presente al
Festival della divulgazione scientifica a Potenza
L'invito di cui sopra è stato lanciato qualche giorno fa sul gruppo facebook "il forum della pizza". Voglio ora estenderlo a tutti i pizzaioli (non solo a quelli presenti sul forum), prorogando la scadenza al 15/10/2016 per dare la possibilità e il tempo a tutti coloro che intendono partecipare.

Io e Luigina Pugno, con il libro "La pizza al microscopio - Storia, fisica e chimica di uno dei piatti più amati e diffusi al mondo" saremo a Genova lunedì 31/10/2016 alle 18 presso il Cavo Ristorante, Vico Falamonica 9R e a Potenza, presso l'Università degli studi della Basilicata, venerdì 4 novembre alle 19.

Il nostro obiettivo è testimoniare il valore della professione dei pizzaioli. Perché chi sta vicino al forno tutte le sere a sfornare una pizza dietro l'altra a ritmi talvolta insostenibili, secondo noi non è adeguatamente valorizzato. Soprattutto quando il pizzaiolo studia (ebbene sì, magari non tutti lo sanno, ma i pizzaioli studiano) per innovare continuamente il proprio prodotto, a partire dall'impasto, per poi passare alla farcitura, alla cottura e alla presentazione. A tal fine le nostre presentazioni ai festival comprenderanno sia la sperimentazione scientifica che le modalità per apprendere i fondamenti della scienza attraverso la pizza.

Walter Caputo

mercoledì 14 settembre 2016

LA PIZZA AL MICROSCOPIO RECENSITA DA SALE & PEPE

Sul numero di agosto 2016 del mensile "Sale & Pepe" è stata pubblicata una recensione al libro "La Pizza al microscopio - Storia, fisica e chimica di uno dei piatti più amati e diffusi al mondo", scritto da Walter Caputo e Luigina Pugno e pubblicato da Gribaudo. La recensione (ripresa nella foto sotto) è l'ultima (che abbiamo trovato) di una lunga serie, inaugurata il 24 giugno 2016, ovvero il giorno dopo l'uscita del libro.

Sale & Pepe - agosto 2016 - pag. 29

Per tutti coloro che sono interessati al libro, anche dal punto di vista giornalistico o comunque professionale, abbiamo riunito in un link l'intera rassegna stampa aggiornata.

Per soddisfare le richieste delle persone che vogliono capire di più il cibo, soprattutto dal punto di vista scientifico, abbiamo predisposto un apposito blog, che si chiama "Cibo al microscopio", sul quale - recentemente - abbiamo inaugurato una sezione di video scientifici sul cibo.

Buona lettura a tutti!!! :)

Walter Caputo e Luigina Pugno




mercoledì 7 settembre 2016

LA PIZZA AL MICROSCOPIO RECENSITA DAL GAMBERO ROSSO

Sul numero di settembre 2016 del mensile "Gambero Rosso" è stata pubblicata una recensione al libro "La Pizza al microscopio - Storia, fisica e chimica di uno dei piatti più amati e diffusi al mondo", scritto da Walter Caputo e Luigina Pugno e pubblicato da Gribaudo.

La recensione (ripresa nella foto a lato) si aggiunge a molti altri giudizi positivi che sono stati pubblicati dai media a partire dal 24 giugno 2016.

In questo link viene riportata la rassegna stampa aggiornata. Invitiamo tutti i lettori a segnalarci alla mail ciboalmicroscopio@gmail.com le recensioni che ci sono eventualmente sfuggite. Grazie a tutti e buona lettura!

Walter Caputo e Luigina Pugno





giovedì 1 settembre 2016

QUANDO LA PIZZA NON E' DEGNA DI CHIAMARSI PIZZA

Pizza marinara ERRATA
Tendiamo a pensare che all'estero la pizza non la sappiano fare come si deve. Quando ci capita di dover assaggiare una pizza immangiabile ci lamentiamo, lo comunichiamo alla pizzeria, ma poi giustifichiamo i ristoranti perché non sono italiani. Se spieghiamo il fatto ad amici e conoscenti ci viene detto che “se vai all'estero non devi cercare specialità italiane, ma – anzi – devi gustare i piatti locali”. A quel punto, come si usa dire, ce ne facciamo una ragione, anche se ci resta l'amaro in bocca (in tutti i sensi), perché alla fine se una cosa si chiama pizza, deve essere fatta in un certo modo, altrimenti – per cortesia – non chiamatela pizza.

Ma se il fatto sopra esemplificato capita in Italia, allora è tutta un'altra cosa. Francamente, in Italia, una pizza immangiabile non dovrebbe poter essere servita. Il mestiere di pizzaiolo non può essere improvvisato. Qualche errore può essere ammesso, tutti sbagliamo, talvolta semplicemente per mancanza di esperienza. Ma una “pizza immangiabile” può definirsi come “pizza completamente errata”. E allora non va bene. Ecco il vero motivo per cui un albo dei pizzaioli professionisti è necessario: per distinguere chi sa fare la pizza, perché chi non la sa fare, può benissimo dedicarsi ad altro. Chi non sa fare la pizza, oltretutto, danneggia la categoria dei pizzaioli, rovina la reputazione di coloro che studiano, sperimentano, si impegnano nella realizzazione di un prodotto sempre migliore. Ed accettano le critiche, come spinte a migliorarsi ulteriormente.

Pizza con il salamino ERRATA

Ma veniamo al caso che – recentemente – ci è capitato, appunto, in Italia. Ci vengono servite – come da nostra richiesta - tre pizze: una marinara, una con il salamino non piccante e una vegetariana bianca. Solo guardandole (osservate anche voi le immagini), si può facilmente affermare che non si tratta di pizze. Sembra che nel forno non ci siano ancora entrate, in realtà – alla vista e al tatto – appaiono “biscottate”, ovvero talmente secche che si rompono come un vaso di terracotta. Non c'è il cornicione, ma solo rigonfiamenti bianchi e discontinui. Non si vede una sola macchia di bruciato. Provo a toccare con le dita il bordo e lo trovo talmente pieno di farina, che me ne resta parecchia sulle dita. E' segno che ne è stata usata troppa per manipolare l'impasto. Ma per valutare una pizza, non basta guardarla e toccarla, occorre mangiarla.

E così scopriamo che:
- la base della pizza è effettivamente biscottata: il bordo si frantuma, mentre l'interno è troppo sottile e duro e non si riesce a tagliare col coltello, si fa prima a spaccarla;
- nella marinara non c'è l'aglio, nemmeno in polvere;
- su una pizza il salamino non è quello piccolo che si taglia al momento, ma è quello già tagliato a fette grandi nelle confezioni del supermercato. Oltretutto dalle fette di salame non era nemmeno stata tolta la pelle;
- sulla vegetariana non c'è mozzarella, ma pasta filata, che rimane rigida come la crosta di un formaggio;
- sempre sulla vegetariana i peperoni, le zucchine e le melanzane hanno un sapore troppo acidulo, come se fossero stati estratti da poco da una confezione sott'aceto, non a caso non sembrano cotti nel forno.

Pizza vegetariana ERRATA

In questi casi è doveroso avvisare la cameriera, il pizzaiolo e il titolare del locale. E così abbiamo fatto. La cameriera ha detto che non capiva niente, perché lei non fa le pizze e può soltanto riferire al titolare. E il pizzaiolo? Ha detto che con il tempo a disposizione, i mezzi e – aggiungo io – le conoscenze, non poteva fare di meglio. Ha sostanzialmente confermato le nostre valutazioni, salvo il fatto che solo una parte delle verdure non era stata cotta in forno. Ha utilizzato un forno elettrico, già acceso dalle 18:00 (per la sera), con una temperatura di 300 °C per circa 5 minuti. L'aglio? Se lo è dimenticato. La pasta filata? Mi ha fatto vedere la confezione (molto grande) ed era proprio pasta filata. La mozzarella è un'altra cosa. Mentre parlava con me usava il mattarello – invece delle mani - per stendere l’impasto. Sulla questione ha detto che “mi danno questo impasto secco, trattabile solo con mattarello”. Insomma, pare che il pizzaiolo non abbia neanche preparato l’impasto. Si è evidentemente limitato ad assemblare – male – ingredienti preconfezionati.

Infine il titolare ha detto che “qui la pizza non si fa come a Napoli”. Inoltre “nessuno si è mai lamentato, né stranieri, né italiani”. Eppure la pizza è nata a Napoli, e come si fa a Napoli dovrebbe essere fatta – per lo meno – in tutta Italia. Gli stranieri devono conoscere la vera pizza italiana, non una cosa indegna di tale nome. Gli italiani devono saper distinguere quella che è una pizza, da ciò che è tutt'altra cosa. Alla fine, la pizza è una cosa seria e il mestiere di pizzaiolo non si improvvisa. Chi vuol fare cose diverse, le faccia pure. Ma – per cortesia – non chiamatela pizza.

Walter Caputo e Luigina Pugno
Autori del libro "La pizza al microscopio - Storia, fisica e chimica di uno dei piatti più amati e diffusi al mondo" - Gribaudo Editore, 2016

lunedì 22 agosto 2016

COME CURARE I SEMI INFETTI IN AGRICOLTURA

Semi di pomodoro
Le vostre piante sono malate? Sappiate che le colture possono essere colpite da funghi, insetti, batteri, ma possono ammalarsi anche nel caso in cui la malattia sia già contenuta nel seme.

I semi sono una componente importante del commercio mondiale, sia per essere utilizzati come cibo (pensate ad esempio ai semi di zucca), sia come piante da coltivare. Potremmo affermare che gran parte di ciò che mangiamo in origine era un seme: infatti il 90% delle specie coltivate per l’alimentazione viene propagato attraverso il seme. Peraltro la nascita di un albero da un seme viene definito "processo di auto-organizzazione", in quanto si verifica all'interno, secondo le regole - appunto interne - del sistema biologico.

Le sementi possono però diventare vettori passivi di patogeni, funzionando quindi da mezzi di trasporto per microorganismi nocivi. In alcuni casi, basta una percentuale molto bassa di semi infetti per consentire la rapida diffusione della malattia; in altri casi, come per la tracheofusariosi (che colpisce, tra le altre, il pomodoro, la lattuga e la rucola), i danni diventano evidenti dopo 2 o 3 anni di coltivazione della stessa specie nel terreno che si è infettato con semi contaminati.

La possibilità di disporre di sementi garantite e selezionate è importante per la produzione agricola.
Esistono infatti patogeni che sono già presenti nel seme come nel caso della “bakanae”, che in giapponese significa pianta sciocca. Questa malattia del riso, causata dal fungo Fusarium fujikuori, fa sì che  fiorisca precocemente, cresca più del dovuto e sia priva di seme. Questo patogeno, come tutti quelli trasmessi per seme, può essere ridimensionato applicando alle cariossidi trattamenti di “concia”. Mi spiego meglio.

Per conciare i semi si possono usare:
- trattamenti chimici (fungicidi);
- esposizione ai raggi UV (ultravioletti), ma ciò può determinare resistenza nelle piante;
- termoterapia: trattare i semi in acqua a 60° C per 15 minuti. Tale tecnica ha  lo svantaggio di poter essere applicata su piccole quantità di sementi;
- termoterapia con vapore aerato a 74° C per 2 minuti: in questo caso si tratta di esporre i semi ad un flusso di vapore. La durata varia in base alla velocità del flusso di vapore.

Semi di zucchina

Alcuni fattori possono rendere il trattamento termico più o meno efficace (qui mi riferisco ai due trattamenti di termoterapia sopra citati) nell’uccidere il patogeno mantenendo la germinabilità del seme. I fattori che lo rendono più efficace sono:

1) l’umidità dei semi prima del trattamento è un fattore importante per riuscire ad eliminare il patogeno. Maggiore è il contenuto di umidità della materia vivente, maggiore sarà la degradazione termica del fungo;
2) il materiale di propagazione dormiente è più tollerante (nel senso di resistente) nei confronti del trattamento termico;
3) i semi sono tolleranti al calore soprattutto nei mesi successivi alla raccolta in quanto sono più umidi e la loro tolleranza diminuisce rapidamente ad un anno dal raccolto;
4) i semi per mantenere la loro capacità germinativa devono essere integri;
5) i semi vengono trattati meglio se sono di piccole dimensioni, in quanto il calore penetra lentamente all’interno del seme.
E’ fondamentale quindi per l’efficacia della concia il binomio temperatura/tempo, che varia in base ai fattori sopra elencati.

In generale, l’ideale, sarebbe utilizzare la temperatura minima necessaria per eliminare un determinato patogeno, in modo da ridurre lo sfasamento tra riscaldamento e raffreddamento.
Benché la termoterapia sia risultata efficace per l’eliminazione di patogeni interni e sulla superficie del seme, essa ha suscitato meno interesse rispetto ai fungicidi che hanno dato origine ad una industria fiorente, sebbene dal 2004 non sia più possibile trattare le sementi con concia chimica.

Le ricerche condotte presso lo Sverige Lantbruks Universitet di Uppsala (Svezia) hanno portato alla messa a punto di un’altra tecnica basata sulla temperatura non più utilizzando acqua calda, ma vapore aerato (si tratta della termoterapia con vapore aerato sopra citata). Con questa tecnica non è più necessario far asciugare i semi dopo il trattamento, inoltre un software imposta in modo automatico i parametri di umidità, temperatura e tempo, ottimizzandone l’efficacia e la germinabilità.

Rispetto alla concia chimica, i trattamenti termoterapici sono importanti per la riduzione dell'impatto ambientale.

Luigina Pugno

FONTI

Maria Lodovica Gullino - Spore - Daniela Piazza Editore

Jorge Giovanny Lopez-Reyes, Giovanna Gilardi, Maria Lodovica Gullino, Angelo Garibaldi - Effetto dei trattamenti fisici sulla sopravvivenza degli agenti di tracheofusariosi sui semi di piante orticole - Università degli studi di Torino, 17 marzo 2015

Federico Tinivella, Patrizia Titone, Maria Lodovica Gullino, Angelo Garibaldi - Una moderna tecnica di concia delle sementi per la loro utilizzazione in agricoltura biologica - Informatore fitopatologico 3/2003

Pier Luigi Luisi - Sull'origine della vita e della biodiversità - Mondadori Education, Milano 2013

N.B.: Le foto sono state scattate da Walter Caputo

martedì 9 agosto 2016

TUTTI I VIDEO DI "CIBO AL MICROSCOPIO"

Walter Caputo
In questa sezione verranno man mano linkati i video che hanno come tema, appunto, il cibo al microscopio. Buona visione a tutti!!!

IL MISTERO DELL'UOVO CHE RIMBALZA
Un uovo può rimbalzare? Sì, basta sapere come fare.

COME FARE PANETTI PER PIZZA 
Durante lo show cooking del 16/05/2015 a Torino, Cristiano Cavina spiega il trucco dei panetti: fare un buco e poi coprirlo.

COME ACCENDERE UNA LAMPADINA CON IL FORNO A MICROONDE
Una lampadina può essere alimentata da onde elettromagnetiche. Tratto dalla mostra interattiva "La Scienza in cucina" (8-9-10 maggio 2015 - Collegno, TO).

IL MISTERO DELL'UVETTA BALLERINA
A prima vista sembra una magia, è pazzesco, è proprio una roba da non crederci. Eppure è scienza.

LA SCIENZA DEI BUCATINI ALLA TORTIERA
La rivisitazione di un piatto degli anni '50 e la scienza del pane raffermo. Grazie allo chef Ernesto Boemio del Country House di Carinaro (Caserta) e ai divulgatori scientifici Luigina Pugno e Walter Caputo, autori del libro "la pizza al microscopio".

COME STENDERE L'IMPASTO PER LA PIZZA 1 DI 2
Quali farine è opportuno usare? In che modo la forza della farina influenza il risultato finale? Come funzionano i lieviti? Grazie al pizzaiolo esperto Simone De Gregorio del Country House di Carinaro (Caserta) e ai divulgatori scientifici Luigina Pugno e Walter Caputo, autori del libro "la pizza al microscopio".

COME STENDERE L'IMPASTO PER LA PIZZA 2 DI 2
Come si stende correttamente l'impasto? In che modo si forma il cornicione? Come si può incrementare la quantità di polifenoli? Grazie al pizzaiolo esperto Simone De Gregorio del Country House di Carinaro (Caserta) e ai divulgatori scientifici Luigina Pugno e Walter Caputo, autori del libro "la pizza al microscopio".

I SEGRETI DELLA BIGA
Che cos'è la biga? Come si sviluppa la carica microbica? In cosa consiste l'impasto indiretto? Quali effetti ha il sale sulla microflora? Come si realizza la biga? Autolisi più biga: di cosa si tratta?
Grazie ai fratelli Susta della pizzeria "La vera pizza fiocco" di Volla (Napoli) e ai divulgatori scientifici Luigina Pugno e Walter Caputo, autori del libro "la pizza al microscopio".

Luigina Pugno
Walter Caputo e Luigina Pugno

venerdì 5 agosto 2016

IL FORNO CERCA UN PROFESSIONISTA

Pizza napoletana marinara
Il 30 luglio 2016, sul quotidiano spagnolo "La Vanguardia", è stato pubblicato un articolo, intitolato "El horno busca un profesional", firmato da Piergiorgio Sandri. "La Vanguardia" ha autorizzato il blog "Cibo al microscopio" a tradurre e pubblicare l'articolo in italiano. La traduzione è stata effettuata da Luigina Pugno, coautrice del libro "La Pizza al microscopio", intervistata da Piergiorgio Sandri - insieme a Walter Caputo - per fornire un contributo sul tema dell'articolo in oggetto.

TITOLO:
Uno degli alimenti più popolari aspira a proteggere la sua autenticità
IL FORNO CERCA UN PROFESSIONISTA
L’Italia vuole creare la figura del lavoratore qualificato per tutelare la qualità del prodotto

TESTO:
Si cerca pizzaiolo. Però non uno qualsiasi. Un pizzaiolo professionista. L'Italia, culla della pizza, vuole creare un titolo ufficiale e un albo che riconosca il lavoratore qualificato nel settore pizza. Da alcune settimane è stata presentata al Senato una proposta di legge e si aspetta che veda la luce dopo l’estate.

Chi pensa di saper cucinare l’autentica pizza italiana dovrà superare alcune prove: avere una pratica lavorativa di 18 mesi, esami teorici e frequentare 120 ore di lezione che includono anche nozioni di chimica, tecnica di laboratorio e igiene, fino alla conoscenza della lingua inglese.

L’iniziativa è motivata da un dato sorprendente: la carenza di pizzaioli di qualità. Si stima che nel Paese ci siano più di 10.000 posti vacanti. La domanda supera l’offerta. Questa figura professionale può arrivare a guadagnare 3.000 euro al mese. I buoni pizzaioli non bastano e anche in Italia (dove nel settore lavorano 100.000 persone) c’è tanta penuria che vengono cercati tra gli stranieri. Secondo i dati di Coldiretti, 4 pizzaioli su 10 arrivano da fuori: in particolare dall’Egitto, Tunisia e Marocco. In città come Milano, più della metà delle pizzerie non sono italiane.



Non si tratta di una vena patriottica o di protezionismo: i puristi di questo alimento si lamentano della qualità della pizza.  Un paese come l’Italia rischia,  se coloro che cucinano la pizza non hanno conoscenze adeguate. Di fatto, alcune pizzerie (non solo in Italia, ma anche in Spagna) non cucinano la pizza come dovrebbero o usano ingredienti non tradizionali: pomodori dalla Cina o mozzarelle dalla Lituania, olio d'oliva della Tunisia e grano del Canada per menzionare i casi che denunciano le associazioni di settore. Queste fonti stimano che 2 pizze su 3 che si servono nei ristoranti non soddisfano i requisiti.

Enzo Prete, presidente dell’Associazione Amar (Associazione Maestri d’Arte Ristoratori Pizzaioli) è uno dei promotori di questo progetto di legge e crede che “la situazione sia grave”. Gli italiani aspirano ad essere gestori e già non vogliono mettersi dietro il forno. Ci sono pochi aspiranti e ogni volta ci sono intrusioni professionali.

Però la pizza – si sa- è una cosa seria: l’Associazione dei pizzaioli napoletani ha lanciato una campagna affinché questo alimento sia dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. La questione è all'ordine del giorno: come deve essere l’autentica pizza italiana? Nella speranza che il pizzaiolo abbia un riconoscimento ufficiale che certifichi le sue capacità, come riconoscere se un piatto che serviamo è stato cucinato in accordo con i canoni gastronomici stabiliti?

Walter Caputo e Luigina Pugno, due divulgatori scientifici, hanno pubblicato un libro per darci le chiavi di risposta: "La pizza al microscopio". Raccontano che durante una vacanza alle Azzorre, in Portogallo, mangiarono una pizza che “non era degna di questo nome: la base sembrava di legno e sopra c’erano formaggio e ketchup”. L’esperienza li ha colpiti e misero mano all’opera per scrivere un libro  sul tema.

L’autentica pizza deve essere cucinata nel forno a legna a forma di cupola, ad una temperatura compresa tra i 450 e i 500 gradi, in un tempo che oscilla tra i sessanta e i novanta secondi, con ingredienti come pomodori (se possibile della varietà San Marzano), fresco o tritato – mai a base di concentrato -, mozzarella (di mucca o di bufala) e soprattutto un impasto che, lavorato con acqua ad una temperatura tra i 20 e i 35 gradi, abbia un minimo di due ore di riposo (n.d.t.: i tempi di lievitazione complessivi spesso si aggirano intorno alle 24 ore, talvolta anche di più).

”Abbiamo provato che spesso non si rispetta questa pausa per guadagnare tempo”, avvisano. Per Enzo Prete è imprescindibile rivalorizzare gli ingredienti a chilometro zero ed evitare gli errori più comuni, come l’eccesso di lievito, che rappresenta una bomba ad orologeria per la digestione, con la sensazione che l’alimento finisca di lievitare nello stomaco.
Un inciso: anche se le persone seguissero alla lettera le raccomandazioni, in casa, col forno elettrico, è tutto più difficile, perché la temperatura è piuttosto bassa e l’assorbimento di umidità eccessiva, con il rischio che la pizza abbia una consistenza tipo galletta. Caputo e Pugno consigliano di mettere sotto la pizza una pietra refrattaria e un recipiente con un po’ d’acqua, per migliorare la cottura.

Impasto

D’altronde, tramite ricerche, gli autori, che analizzano i composti chimici degli ingredienti della pizza, sono giunti ad una conclusione, che fa cadere un altro dei miti su questo piatto: fa ingrassare? La pizza è un alimento completo perché contiene i grassi dell’olio, le proteine del formaggio e i carboidrati dell’impasto. E’ un alimento completo, quindi non è necessario mangiare altro dopo, però nemmeno è necessario mangiarla tutti i giorni, dicono.

Di fatto, la pizza nasce come piatto delle classi popolari, nella seconda metà del XVIII secolo, a Napoli. Davanti alla scarsità di alternative, con la pizza ci si sfamava senza spendere molto denaro. Oggi le cose sono cambiate molto, perché contro la pizza, che ha guadagnato popolarità fino a diventare un piatto universale, si sono schierati nuovi concorrenti. Dal sushi, passando per il Kebab o gli hamburger, oggigiorno il cliente ha molte opzioni per placare la sua fame.
Quindi, se finalmente i pizzaioli avranno un riconoscimento per difendere il mantra dell’autentica pizza italiana, avranno qualcosa in più: mantenere un’attrattiva come alimento versatile, sano e divertente.E’ sinonimo di festa, dello stare insieme. La pizza piace a tutti, Alla fine del pasto tutti si sentiranno soddisfatti”, ricordano gli autori del libro. E se la pizza viene preparata da un pizzaiolo con abilitazione ufficiale, con tutta probabilità sarà ancora più buona.

Articolo scritto da Piergiorgio Sandri e pubblicato sul quotidiano spagnolo "La Vanguardia".
Si ringrazia "La Vanguardia" per l'autorizzazione alla traduzione e pubblicazione su "Cibo al microscopio".
Articolo tradotto da Luigina Pugno e revisionato da Walter Caputo.

N.B.: le immagini contenute in questo articolo sono tratte dal libro "La pizza al microscopio".